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Conosci l'origine del vino? Cantine Brusa te lo racconta in questo articolo

La storia dell'uva

La vite è una pianta antichissima presente nelle zone temperate del nostro pianeta da milioni di anni.

 

Risale a tempi geologici, come documentato dalle impronte di foglie rinvenute in strati di tufo paleocenico in Francia, nel sito di Sézannes, datate fra i 59 e i 55 milioni di anni fa .

Ma altre tracce fossili di piante vitacee sono state ritrovate in strati risalenti al Cretaceo, circa 140 milioni di anni fa.

La famiglia delle Vitacee era composta da numerose specie di vite, molte delle quali oggi scomparse.

Le specie del genere Vitis sopravvissute anche oltre l’ultima glaciazione sono circa 60.

Una di queste si salvò nell’area tra il Caucaso, il Mar Caspio e il Mar Nero ed è la Vitis Vinifera. In questa specie  si distinguono due sottospecie:  Vitis vinifera subspecie sativa, è la sottospecie che comprende le varietà coltivate denominate vitigni e la  Vitis vinifera subspecie sylvestris,  che è una sottospecie spontanea, del tutto priva di interesse dal punto di vista agronomico.

Ma quando fu che l'uomo scoprì la possibilità di produrre il vino a partire dalla vite? Probabilmente l’uomo o la donna del Paleolitico raccolsero qualche grappolo d’uva selvatica, sedotti dal suo gusto aspro e zuccherino e ne deposero diversi grappoli in qualche recipiente di pelle, legno o pietra.

Dopo qualche giorno, sotto il peso dei grappoli sovrastanti, dagli acini di quelli più bassi trasudò del succo che, per l’azione dei lieviti della fermentazione, che vivono proprio sulle bucce degli acini e sono presenti nell’aria sotto forma di spore, trasformò quel succo in una sorta di vino primordiale a basso tenore alcolico. Una volta mangiati tutti gli acini, il nostro antenato paleolitico assaggiò più o meno volontariamente quella bevanda, restando avvinto da una piacevole euforia che gli instillò un unico pensiero fisso: berne ancora.

Tra 12 e 10 mila anni fa, le popolazioni umane abbandonarono il nomadismo dando vita a insediamenti permanenti che sorsero con la nascita dell’agricoltura. Questo fenomeno ebbe come conseguenza l’aumento della densità di popolazione e la necessità di conservare il cibo più a lungo.

Fra le altre cose, questi popoli neostanziali dovettero trovare dei modi per assicurarsi un approvvigionamento sicuro di uva.

Ben presto si cercò di coltivare la vite selvatica, o seminandone i semi, o interrandone delle talee, proprio come la vitis vinifera fa spontaneamente in natura nel processo chiamato “propaggine”.

Scegliendo una pianta maschile, la vite non avrebbe mai fruttificato, e quindi sarebbe stata presto abbandonata. Scegliendo una pianta femminile, questa avrebbe fruttificato solo se nelle sue vicinanze si fosse trovata una pianta maschile in grado di fecondarla per impollinazione, altrimenti anche questa pianta sarebbe rimasta sterile e inutilizzabile. Ma scegliendo una pianta ermafrodita, la “vendemmia” era assicurata ogni anno, infatti gli acini di solito si producono per autofecondazione della stessa pianta. Proprio quelle piante furono conservate e coltivate.

Per vari millenni poi l’uomo ha continuato a selezionare attivamente quelle con gli acini e i grappoli più grandi, col contenuto zuccherino più alto o con particolari aromi, dando vita a quell’enorme molteplicità morfologica che oggi osserviamo nelle circa 10.000 varietà di uva conosciute sul Pianeta.

L’arte della coltivazione della vite migrò verso l’Italia probabilmente verso il secondo millennio a.C., dapprima in Sicilia dove i Fenici portarono un clone di Vitis vinifera sativa, poi in seguito nelle regioni centro-settentrionali ad opera degli Etruschi. La nostra penisola si dimostrò particolarmente adatta alla coltivazione di questa pianta, tanto che in poco tempo venne chiamata Enotria, cioè "la terra del vino".

Al tempo degli Etruschi non esistevano confini tra il vino, la spiritualità e la vita quotidiana, tutto si amalgamava, tutto si confondeva. Col vino si onoravano i morti, insieme alla danza ed al suono dei flauti doppi. Soprattutto nel ceto aristocratico, erano diffuse pratiche religiose in onore di Fufluns (Bacco), il dio del vino. Questi riti segreti e strettamente riservati agli iniziati, grazie all’ebbrezza provocata dalla bevanda, avevano il fine di raggiungere la “possessione” del dio nel mondo terreno, garantendo così in anticipo una sorte felice nell’aldilà.

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